Jobs agli studenti di Stanford: “Non accontentatevi mai”

15 settembre 2011 § Lascia un commento

Mi è stato suggerito questo articolo da un caro amico e vorrei condividerlo con voi…

coe ho già in altri post, ho un immensa di stima di Mr.Steve Jobs e dopo quanto indicato di seguito, l’ammirazione cresce ancor più

Non mollare mai e continuate a credere in voi…

Jobs agli studenti di Stanford: “Non accontentatevi mai”

Trascritto da  Antonio Dini | 17-6-2005

“Il vostro dovere è non accontentarvi e pensare l’impossibile”. Questo il consiglio di Steve Jobs ai laureati di Stanford ai quali ha parlato nei giorni scorsi. Ecco, tradotto, l’intervento del fondatore Apple che è un sunto della sua filosofia. Per il lavoro e per la vita. “

Lo scorso 12 giugno è stata la giornata speciale per i laureandi di Stanford, una delle più famose università al mondo, con sede nel cuore della Silicony Valley. Ma è stata anche la giornata speciale di Steve Jobs, invitato a tenere il commencement address, il discorso augurale per i neo-laureati. Una occasione unica per raccontare se stesso, che Jobs ha colto con inedita sincerità, come potrete vedere qui di seguito, leggendo il testo integrale dell’intervento. Sul sito di Stanford è disponibile anche la versione originale e un breve video in streaming della parte finale dei discorso.

Ecco il testo integrale, in italiano, della prima parte del discorso: Sono onorato di essere qui con voi oggi alle vostre lauree in una delle migliori università del mondo. Io non mi sono mai laureato. Anzi, per dire la verità, questa è la cosa più vicina a una laurea che mi sia mai capitata. Oggi voglio raccontarvi tre storie della mia vita. Tutto qui, niente di eccezionale: solo tre storie. La prima storia è sull’unire i puntini. Ho lasciato il Reed College dopo il primo semestre, ma poi ho continuato a frequentare in maniera ufficiosa per altri 18 mesi circa prima di lasciare veramente. Allora, perché ho mollato? E’ cominciato tutto prima che nascessi. Mia madre biologica era una giovane studentessa di college non sposata, e decise di lasciarmi in adozione. Riteneva con determinazione che avrei dovuto essere adottato da laureati, e fece in modo che tutto fosse organizzato per farmi adottare fin dalla nascita da un avvocato e sua moglie. Però quando arrivai io loro decisero all’ultimo minuto che avrebbero voluto adottare una bambina. Così quelli che poi sono diventati i miei genitori adottivi e che erano in lista d’attesa, ricevettero una chiamata nel bel mezzo della notte che gli diceva: “C’è un bambino, un maschietto, non previsto. Lo volete voi?” Loro risposero: “Certamente”. Più tardi mia madre biologica scoprì che mia madre non si era mai laureata al college e che mio padre non aveva neanche finito il liceo. Rifiutò di firmare le ultime carte per l’adozione. Poi accetto di farlo, mesi dopo, solo quando i miei genitori adottivi promisero formalmente che un giorno io sarei andato al college. Diciassette anni dopo andai al college. Ma ingenuamente ne scelsi uno altrettanto costoso di Stanford, e tutti i risparmi dei miei genitori finirono per pagarmi l’ammissione e i corsi. Dopo sei mesi, non riuscivo a vederci nessuna vera opportunità. Non avevo idea di quello che avrei voluto fare della mia vita e non vedevo come il college potesse aiutarmi a capirlo. Eppure ero là, che spendevo tutti quei soldi che i miei genitori avevano messo da parte lavorando per tutta la loro vita. Così decisi di mollare e avere fiducia che tutto sarebbe andato bene lo stesso. Era molto difficile all’epoca, ma guardandomi indietro ritengo che sia stata una delle migliori decisioni che abbia mai preso. Nell’attimo che mollai il college, potei anche smettere di seguire i corsi che non mi interessavano e cominciai invece a capitare nelle classi che trovavo più interessanti. Non è stato tutto rose e fiori, però. Non avevo più una camera nel dormitorio, ed ero costretto a dormire sul pavimento delle camere dei miei amici. Guadagnavo soldi riportando al venditore le bottiglie di Coca cola vuote per avere i cinque centesimi di deposito e poter comprare da mangiare. Una volta la settimana, alla domenica sera, camminavo per sette miglia attraverso la città per avere finalmente un buon pasto al tempio Hare Krishna: l’unico della settimana. Ma tutto quel che ho trovato seguendo la mia curiosità e la mia intuizione è risultato essere senza prezzo, dopo. Vi faccio subito un esempio. Il Reed College all’epoca offriva probabilmente la miglior formazione del Paese relativamente alla calligrafia. Attraverso tutto il campus ogni poster, ogni etichetta, ogni cartello era scritto a mano con calligrafie meravigliose. Dato che avevo mollato i corsi ufficiali, decisi che avrei seguito la classe di calligrafia per imparare a scrivere così. Fu lì che imparai dei caratteri serif e san serif, della differenza tra gli spazi che dividono le differenti combinazioni di lettere, di che cosa rende grande una stampa tipografica del testo. Fu meraviglioso, in un modo che la scienza non è in grado di offrire, perché era artistico, bello, storico e io ne fui assolutamente affascinato. Nessuna di queste cose però aveva alcuna speranza di trovare una applicazione pratica nella mia vita. Ma poi, dieci anni dopo, quando ci trovammo a progettare il primo Macintosh, mi tornò tutto utile. E lo utilizzammo tutto per il Mac. E’ stato il primo computer dotato di una meravigliosa capacità tipografica. Se non avessi mai lasciato il college e non avessi poi partecipato a quel singolo corso, il Mac non avrebbe probabilmente mai avuto la possibilità di gestire caratteri differenti o font spaziati in maniera proporzionale. E dato che Windows ha copiato il Mac, è probabile che non ci sarebbe stato nessun personal computer con quelle capacità. Se non avessi mollato il college, non sarei mai riuscito a frequentare quel corso di calligrafia e i persona computer potrebbero non avere quelle stupende capacità di tipografia che invece hanno. Certamente all’epoca in cui ero al college era impossibile unire i puntini guardando il futuro. Ma è diventato molto, molto chiaro dieci anni dopo, quando ho potuto guardare all’indietro. Di nuovo, non è possibile unire i puntini guardando avanti; potete solo unirli guardandovi all’indietro. Così, dovete aver fiducia che in qualche modo, nel futuro, i puntini si potranno unire. Dovete credere in qualcosa – il vostro ombelico, il destino, la vita, il karma, qualsiasi cosa. Questo tipo di approccio non mi ha mai lasciato a piedi e invece ha sempre fatto la differenza nella mia vita.

La mia seconda storia è a proposito dell'amore e della perdita Sono stato fortunato: ho trovato molto presto che cosa amo fare nella mia vita. Woz e io abbiamo fondato Apple nel garage della casa dei miei genitori quando avevo appena 20 anni. Abbiamo lavorato duramente e in 10 anni Apple è cresciuta da un'azienda con noi due e un garage in una compagnia da due miliardi di dollari con oltre quattromila dipendenti. L'anno prima avevamo appena realizzato la nostra migliore creazione - il Macintosh - e io avevo appena compiuto 30 anni, e in quel momento sono stato licenziato. Come si fa a venir licenziati dall'azienda che hai creato? Beh, quando Apple era cresciuta avevamo assunto qualcuno che ritenevo avesse molto talento e capacità per guidare l'azienda insieme a me, e per il primo anno le cose sono andate molto bene. Ma poi le nostre visioni del futuro hanno cominciato a divergere e alla fine abbiamo avuto uno scontro. Quando questo successe, il Board dei direttori si schierò dalla sua parte. Quindi, a 30 anni io ero fuori. E in maniera plateale. Quello che era stato il principale scopo della mia vita adulta era andato e io ero devastato da questa cosa. Non ho saputo davvero cosa fare per alcun imesi. Mi sentivo come se avessi tradito la generazione di imprenditori prima di me - come se avessi lasciato cadere la fiaccola che mi era stata passata. Incontrai David Packard e Bob Noyce e tentai di scusarmi per aver rovinato tutto così malamente. Era stato un fallimento pubblico e io presi anche in considerazione l'ipotesi di scappare via dalla Silicon Valley. Ma qualcosa lentamente cominciò a crescere in me: ancora amavo quello che avevo fatto. L'evolvere degli eventi con Apple non avevano cambiato di un bit questa cosa. Ero stato respinto, ma ero sempre innamorato. E per questo decisi di ricominciare da capo. Non me ne accorsi allora, ma il fatto di essere stato licenziato da Apple era stata la miglior cosa che mi potesse succedere. La pesantezza del successo era stata rimpiazzata dalla leggerezza di essere di nuovo un debuttante, senza più certezze su niente. Mi liberò dagli impedimenti consentendomi di entrare in uno dei periodi più creatvi della mia vita. Durante i cinque anni successivi fondai un'azienda chiamata NeXT e poi un'altra azienda, chiamata Pixar, e mi innamorai di una donna meravigliosa che sarebbe diventata mia moglie. Pixar si è rivelata in grado di creare il primo film in animazione digitale, Toy Story, e adesso è lo studio di animazione più di successo al mondo. In un significativo susseguirsi degli eventi, Apple ha comprato NeXT, io sono ritornato ad Apple e la tecnologia sviluppata da NeXT è nel cuore dell'attuale rinascimento di Apple. E Laurene e io abbiamo una meravigliosa famiglia. Sono sicuro che niente di tutto questo sarebbe successo se non fossi stato licenziato da Apple. E' stata una medicina molto amara, ma ritengo che fosse necessaria per il paziente. Qualche volta la vita ti colpisce come un mattone in testa. Non perdete la fede, però. Sono convinto che l'unica cosa che mi ha trattenuto dal mollare tutto sia stato l'amore per quello che ho fatto. Dovete trovare quel che amate. E questo vale sia per il vostro lavoro che per i vostri affetti. Il vostro lavoro riempirà una buona parte della vostra vita, e l'unico modo per essere realimente soddisfatti è fare quello che riterrete un buon lavoro. E l'unico modo per fare un buon lavoro è amare quello che fate. Se ancora non l'avete trovato, continuate a cercare. Non accontentatevi. Con tutto il cuore, sono sicuro che capirete quando lo troverete. E, come in tutte le grandi storie, diventerà sempre migliore mano a mano che gli anni passano. Perciò, continuate a cercare sino a che non lo avrete trovato. Non vi accontentate.

La mia terza storia è a proposto della morte Quando avevo 17 anni lessi una citazione che suonava più o meno così: "Se vivrai ogni giorno come se fosse l'ultimo, sicuramente una volta avrai ragione". Mi colpì molto e da allora, per gli ultimi 33 anni, mi sono guardato ogni mattina allo specchio chiedendomi: "Se oggi fosse l'ultimo giorno della mia vita, vorrei fare quello che sto per fare oggi?". E ogni qualvolta la risposta è "no" per troppi giorni di fila, capisco che c'è qualcosa che deve essere cambiato. Ricordarsi che morirò presto è il più importante strumento che io abbia mai incontrato per fare le grandi scelte della vita. Perché quasi tutte le cose - tutte le aspettative di eternità, tutto l'orgoglio, tutti i timori di essere imbarazzati o di fallire - semplicemente svaniscono di fronte all'idea della morte, lasciando solo quello che c'è di realmente importante. Ricordarsi che dobbiamo morire è il modo migliore che io conosca per evitare di cadere nella trappola di chi pensa che avete qualcosa da perdere. Siete già nudi. Non c'è ragione per non seguire il vostro cuore. Più o meno un anno fa mi è stato diagnosticato un cancro. Ho fatto la scansione alle sette e mezzo del mattino e questa ha mostrato chiaramente un tumore nel mio pancreas. Non sapevo neanche che cosa fosse un pancreas. I dottori mi dissero che si trattava di un cancro che era quasi sicuramente di tipo incurabile e che sarebbe stato meglio se avessi messo ordine nei miei affari (che è il codice dei dottori per dirti di prepararti a morire). Questo significa prepararsi a dire ai tuoi figli in pochi mesi tutto quello che pensavi avresti avuto ancora dieci anni di tempo per dirglielo. Questo significa essere sicuri che tutto sia stato organizzato in modo tale che per la tua famiglia sia il più semplice possibile. Questo significa prepararsi a dire i tuoi "addio". Ho vissuto con il responso di quella diagnosi tutto il giorno. La sera tardi è arrivata la biopsia, cioè il risultato dell'analisi effettuata infilando un endoscopio giù per la mia gola, attraverso lo stomaco sino agli intestini per inserire un ago nel mio pancreas e catturare poche cellule del mio tumore. Ero sotto anestesia ma mia moglie - che era là - mi ha detto che quando i medici hanno visto le cellule sotto il microscopio hanno cominciato a gridare, perché è saltato fuori che si trattava di un cancro al pancreas molto raro e curabile con un intervento chirurgico. Ho fatto l'intervento chirurgico e adesso sto bene. Questa è stata la volta in cui sono andato più vicino alla morte e spero che sia anche la più vicina per qualche decennio. Essendoci passato attraverso posso parlarvi adesso con un po' più di cognizione di causa di quando la morte era per me solo un concetto astratto e dirvi: Nessuno vuole morire. Anche le persone che vogliono andare in paradiso non vogliono morire per andarci. E anche che la morte è la destinazione ultima che tutti abbiamo in comune. Nessuno gli è mai sfuggito. Ed è così come deve essere, perché la Morte è con tutta probabilità la più grande invenzione della Vita. E' l'agente di cambiamento della Vita. Spazza via il vecchio per far posto al nuovo. Adesso il nuovo siete voi, ma un giorno non troppo lontano diventerete gradualmente il vecchio e sarete spazzati via. Mi dispiace essere così drammatico ma è la pura verità. Il vostro tempo è limitato, per cui non lo sprecate vivendo la vita di qualcun altro. Non fatevi intrappolare dai dogmi, che vuol dire vivere seguendo i risultati del pensiero di altre persone. Non lasciate che il rumore delle opinioni altrui offuschi la vostra voce interiore. E, cosa più importante di tutte, abbiate il coraggio di seguire il vostro cuore e la vostra intuizione. In qualche modo loro sanno che cosa volete realmente diventare. Tutto il resto è secondario. Quando ero un ragazzo c'era una incredibile rivista che si chiamava The Whole Earth Catalog, praticamente una delle bibbie della mia generazione. E' stata creata da Stewart Brand non molto lontano da qui, a Menlo Park, e Stewart ci ha messo dentro tutto il suo tocco poetico. E' stato alla fine degli anni Sessanta, prima dei personal computer e del desktop publishing, quando tutto era fato con macchine da scrivere, forbici e foto polaroid. E' stata una specie di Google in formato cartaceo tascabile, 35 anni prima che ci fosse Google: era idealistica e sconvolgente, traboccante di concetti chiari e fantastiche nozioni. Stewart e il suo gruppo pubblicarono vari numeri di The Whole Earth Catalog e quando arrivarono alla fine del loro percorso, pubblicarono il numero finale. Era più o meno la metà degli anni Settanta e io avevo la vostra età. Nell'ultima pagina del numero finale c'era una fotografia di una strada di campagna di prima mattina, il tipo di strada dove potreste trovarvi a fare l'autostop se siete dei tipi abbastanza avventurosi. Sotto la foto c'erano le parole: "Stay Hungry. Stay Foolish.", siate affamati, siate folli. Era il loro messaggio di addio. Stay Hungry. Stay Foolish. Io me lo sono sempre augurato per me stesso. E adesso che vi laureate per cominciare una nuova vita, lo auguro a voi. Stay Hungry. Stay Foolish. Grazie a tutti.

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Diventare filantropi creando lavoro

6 settembre 2011 § Lascia un commento

Ci tengo a mettervi a conoscenza di una articolo trovato sulla Harvard Business Review, che riguarda come si può essere filantropi senza obbligatoriamente fare donazioni.

L’articolo parla di un personaggio che tutti conosciamo e di cui personalmente nutro una enorme stima, Mr Steve Jobs, il quale ha costruito un impero nel campo dell’informatica e dell’elettronica, ma allo stesso tempo ha costruito quella che noi chiamiamo una impresa sociale.

Di fatto la sua continua ricerca di creare prodotti unici, che possano aiutare le persone nella vita lavorativa e in quella personale, ha fatto si che il “Mondo” diventi più facile da vivere; iPad, iPhone, macbook e via dicendo, strumenti che una volta conosciuti non riesce più a farne a meno.
Ora vi lascio alla piacevole lettura di questo articolo

Steve Jobs, World’s Greatest Philanthropist

HBR.org | Dan Pallotta
A student at one of my talks on the nonprofit sector asked if I could name a for-profit company that was making a difference on the scale that nonprofits do. I said I’d be hard-pressed to name one that wasn’t.

Our youth are growing up with the strange notion that the only way to make a big difference in this world, or to be of service, is to work for a nonprofit organization, or become the next Bill Gates and establish a private foundation, or to start some kind of “social enterprise,” often without any understanding of what that means.

The word philanthropy comes from the Greek philanthropos which comes from philein for “to love” and anthropos for “human being.” Philanthropy means love of humanity.

Which brings me to Steve Jobs.

Shortly after he returned to Apple in 1997 Jobs allegedly ended all of the company’s corporate philanthropy programs to cut expenses until the nearly bankrupt enterprise regained its footing. Some have claimed the programs were never reinstated.

A 2006 Wired article on Jobs, “Great Wealth Does Not Make a Great Man,” reported that even though his wealth was estimated at $3.3 billion, Jobs’s name did not appear on Giving USA’s list of gifts of $5 million or more for the previous four years, nor on another that list showing gifts of $1 million or more. (The article acknowledged that he could have been giving anonymously.)

The article took a cheap shot: “Jobs can’t even get behind causes that would seem to carry deep personal meaning…he is a cancer survivor. But unlike [Lance] Armstrong, Jobs has so far done little publicly to raise money or awareness for the disease.” It went on, “…he’s nothing more than a greedy capitalist who’s amassed an obscene fortune. It’s shameful…[Bill] Gates is much more deserving of Jobs’ rock star exaltation. In the same way, I admire Bono over Mick Jagger, and John Lennon over Elvis, because they spoke up about things bigger than their own celebrity.” Yes, but in part their own celebrity was connected to the things they spoke up about.

In a 1985 Playboy interview, Jobs acknowledged that it takes enormous time to give money away, and stated that, “in order to learn how to do something well, you have to fail sometimes…the problem with most philanthropy-there’s no measurement system.. you can really never measure whether you failed or succeeded…So…it’s really hard to get better.” He added that, “When I have some time, I’m going to start a public foundation.”

In 1986, he did, but closed it after 15 months. According to the man he hired to run it, “He clearly didn’t have the time.” Jobs’s friends told one reporter, “he figures he can do more good by expanding Apple.” And thank God for that.

What a loss to humanity it would have been if Jobs had dedicated the last 25 years of his life to figuring out how to give his billions away, instead of doing what he does best.

We’d still be waiting for a cell phone on which we could actually read e-mail and surf the web. “We” includes students, doctors, nurses, aid workers, charity leaders, social workers, and so on. It helps the blind read text and identify currency. It helps physicians improve their performance and surgeons improve their practice. It even helps charities raise money.

We’d be a decade or more away from the iPad, which has ushered in an era of reading electronically that promises to save a Sherwood Forest worth of trees and all of the energy associated with trucking them around. That’s just the beginning. Doctors are using the iPad to improve healthcare. It’s being used to lessen the symptoms of autism, to improve kids’ creativity, and to revolutionize medical training.

And you can’t say someone else would have developed these things. No one until Jobs did, and the competitive devices that have come since have taken the entirety of their inspiration from his creation.

Without Steve Jobs we’d be years away from a user-friendly mechanism for getting digital music without stealing it, which means we’d still be producing hundreds of millions of CDs with plastic cases.

We would be without Pixar. There’s a sentence with an import inversely correlated to its length.

We would be without the 34,000 full-time jobs Apple has created, just within Apple, not to mention all of the manufacturing jobs it has created for those who would otherwise live in poverty.

We would be without the wealth it has created for millions of Americans who have invested in the company.

We would be without video conferencing for the masses that actually works. Computers that don’t keep crashing. Who can estimate the value of the wasted time that didn’t get wasted?

We would be without a whole new way of thinking. About computers. Leadership. Business. Our very potential.

Last year Change.org wrote of Steve Jobs, “It’s high time the minimalist CEO became a magnanimous philanthropist.”

I’ve got news for you. He has been. What’s important is how we use our time on this earth, not how conspicuously we give our money away. What’s important is the energy and courage we are willing to expend reversing entropy, battling cynicism, suffering and challenging mediocre minds, staring down those who would trample our dreams, taking a stand for magic, and advancing the potential of the human race.

On these scores, the world has no greater philanthropist than Steve Jobs. If ever a man contributed to humanity, here he is. And he has done it while battling cancer.

In a statement today Bono defended Jobs, noting that Apple has been Product (RED’s) “largest contributor to the Global Fund to Fight AIDS, Tuberculosis and Malaria — giving tens of millions.” More important, Bono stated that, “Just because he’s been extremely busy, that doesn’t mean that he [has] not been thinking about these things.” Steve Jobs has traded his time for human progress. Not for personal pleasures. This is not a man who spent his time building homes or custom yachts or who otherwise obsessed with how to spend his billions on himself. And no one would say of him that he ever seemed to have a lot of spare time on his hands.

Werner Erhard used to say that he wanted his gravestone to say, “Burned out.” By all appearances, Jobs has burned out just about every ounce of fuel he was given trying to bring new possibilities into this world. God willing, he has more fuel in reserve. If so, he should expend a little of it on himself. To do more than he has done for humanity already, no human could ever be asked.

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